Il GIORNALISMO ON-LINE (web journalism) è l’attività di giornalismo svolta in rete, attività che, da molteplici punti di vista, non è corretto definire come una diretta filiazione del giornalismo ‘tradizionale’, e lo chiariremo valutandone proprio alcune peculiarità.

La scrittura per il web è una disciplina che si è andata affinando sempre più negli ultimi anni con l’aumentare del numero dei siti presenti in rete e in concomitanza della sempre maggior importanza che i contenuti testuali, e non solo, hanno assunto per l’indicizzazione. Secondo alcuni osservatori tutto questo boom del digitale può aiutare il giornalismo, questi sostengono inoltre che, se le testate tradizionali sono in crisi, l’informazione vive invece la sua miglior stagione di sempre. I giornali sono in crisi, il giornalismo dunque no. Per continuare a migliorare e mantenere questo trend ora però occorrono nuove norme. Forme che distribuiscano equamente le risorse tra tutti gli “attori” in gioco.

Ora una piccola introduzione e focalizzazione storica: il giornalismo on-line nasce negli Stati Uniti nel 1992, quando alcune piccole testate giornalistiche decidono di sperimentare il giornalismo su web per avere maggiore visibilità. I giornali principali arrivano sulla rete nel 1993, non riscuotendo però successo, probabilmente proprio perché non si era ancora compiuto il grande passo, cioè il mutamento rispetto ai giornali tradizionali (dove si riscontra meno personalizzazione, dove gli aspetti visivi vengono concepiti e trattati in un’altra ottica, dove non è prevista interazione di funzioni tra altri media che possa consentire una reale ibridazione) la versione on-line, a pagamento, era sostanzialmente la copia della versione stampata. In pochi pagarono per qualcosa che, al solito prezzo, potevano avere in un formato più conosciuto.

In Italia, la prima testata ad entrare in rete fu L’Unione Sarda, nell’1994. Bisognerà aspettare però il 1998, anno paradigmatico per il giornalismo sul web, in quell’anno avviene un importante fatto giornalistico, che cambiò le regole del mondo dei media. Si sta parlando del caso Clinton-Lewinsky, conosciuto come sexgate, dove l’ampia pubblicazione di servizi costrinse le testate giornalistiche ad anticipare gratuitamente, sul proprio sito, gli articoli, per timore di essere bruciati dalla concorrenza.

Un altro evento chiave di questa fase è quello dell’attentato alle torri gemelle di New York. Il pomeriggio dell’11 settembre 2001 milioni di utenti si collegarono ai siti di news on-line in cerca dell’ultima notizia. Questo episodio dimostra come le regole dei media stessero cambiando: le testate giornalistiche approfondivano il fatto negli articoli cartacei, e raccontavano in tempo reale lo svolgersi dei fatti sul sito web, compensando così lo svantaggio della stampa dell’informazione su carta, che arriva al lettore molte ore dopo l’accaduto.

Giornalismo ONLINE_TimeLab

E in questi anni, dove sta andando il giornalismo online? E come è cambiato? Molto si è scritto in verità, e secondo Philip Di Salvo (collaboratore di Wired, ricercatore, editor dell’Osservatorio europeo di giornalismo) il cambiamento sostanziale va a interessare la cultura di redazione e testimonia una volontà di ripensamento complessivo del medium; infatti una testata giornalistica non può più essere un prodotto pensato per un solo ambito da eventualmente adattare all’altro. Un giornale è un spazio declinato su tecnologie diverse: carta, web, social media e gadget elettronici. Sempre più testate online escono a questo proposito con siti di tipo responsive – che si adattano dunque da soli a ogni schermo da cui vengono fruiti – pensati per girare agilmente su desktop, tablet e smartphone, senza versioni mobile o riduzioni. La capacità di operare con successo dipende allora in larga misura dall’abilità di sfruttare tutte le opportunità e i meccanismi propri di internet. Certo, non secondaria, è sempre e comunque la qualità dei contenuti, ma se il testo prodotto su carta venisse trasferito su internet senza subire nessun adattamento l’operazione si tradurrebbe in un fallimento.

Per sfruttare al meglio quanto offre il web si è allora mutato il vertice della piramide editoriale, la carta, e porre il web come valore gerarchico prioritario. Tutto questo significa anche avere competenze giornalistiche diversificate, adatte a lavorare in un contesto multimediale e, nel contempo, avere un sempre più alto profilo tecnologico, orientato alla gestione dei dati e delle informazioni. Perché questo succeda deve esistere un forte impegno della proprietà editoriale nel perseguire obiettivi di rafforzamento e miglioramento della produzione. Il che significa operare su diversi piani:

– in tecnologia
– in re-ingenerarizzazione dei processi
– in una trasformazione complessiva delle risorse
– in una diversa organizzazione del lavoro
– in produzione di contenuti abilitati per il web e le sue regole

La sfida è grande: quella di un impegno costante nel ricercare la formula più efficace per dare alle persone un’esperienza di lettura più ricca e più appagante rispetto alla vecchia proposta su carta. Le potenzialità sono davvero grandi: in pratica si sta parlando della possibilità di creare una sorta di enciclopedia giornalistica; l’informazione su web infatti, al contrario di quanto avviene sulla carta, non è usa e getta, ma crea le premesse per riuscire a produrre un ambiente informativo contestualizzato, integrato. Insuperabile, appare dunque il contributo multimediale inserito a complemento dell’articolo: con un solo click si può avere una rappresentazione sintetica delle dinamiche in gioco, offrendo al lettore contestualizzazione e rapidità di comprensione. Per offrire una esperienza di lettura di questo genere servono investimenti, serve una metodologia, servono una molteplicità di risorse che richiedono l’utilizzo e la consapevolezza di diverse abilità. Non è improvvisazione.

Emily Bell, direttore del Tow Center for Digital Journalism della Columbia University, afferma a proposito che per avere successo non basta essere sul web, ma la sfida odierna è essere parte di esso. Occorre avere un atteggiamento mentale digitale ed essere disposti a condividere tutti gli aspetti, anche quelli controversi dell’informazione online. Questo cambiamento di approccio si ripercuote anche sull’organizzazione dei contenuti che, mai come prima di oggi, devono essere pensati avendo ben in mente come il lettore, e il suo insieme di abitudini e richieste, debbano essere al centro dell’esperienza di lettura. Internet ha dato la possibilità di avere più fonti, di poter ascoltare più voci, di poter accedere più facilmente, e nella maggior parte dei casi anche con possibilità di fruizione gratuita, alle notizie.

Scrivere sul web_TimeLab

Scrivere per il web è un esercizio che può essere praticato da chiunque. Tutti possono creare su un sito, un blog e sostenere di fare giornalismo, o contribuire ad esso. Ecco quindi che subentrano fattori legati alla qualità e alla attendibilità delle fonti; questi fattori tuttavia non sono solo legati alla reputazione di chi sta scrivendo sul web. Sono anche legati ad aspetti strettamente tecnici e squisitamente scientifici che non tutti conoscono.

Da qualche anno Google, sta tentando di dare una sistemata ai risultati di ricerca premiando la qualità, e da allora la rete è stata stravolta al punto che è nata una disciplina sostanzialmente scientifica, la SEO (Search Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di ricerca). Il “nuovo” stile di scrittura richiede alcune accortezze e norme che si differenziano da quelle utilizzate nella scrittura editoriale tradizionale: sarà indispensabile avere conoscenze base del mondo della rete, del suo funzionamento, delle sue dinamiche, in sostanza scrivere un testo per la rete richiede conoscenza del campo. Chi è abituato a scrivere in altri campi, come l’editoria cartacea, sicuramente partirà avvantaggiato ma dovrà rivisitare il proprio stile in caso di scrittura di un testo per internet. Serviranno quindi alcuni accorgimenti:

1. Utilizzare i paragrafi, ovvero i tag h1, h2, h3, per suddividere il nostro testo. Almeno questi sono di importanza rilevante.
2. Massima attenzione al titolo della pagina, utilizzando il tag h1, e alla meta description, ovvero quella porzione di testo che comparirà nei risultati dei motori di ricerca sotto al titolo.
3. Ricordarsi che il nostro testo ruota intorno ad una parola chiave, una keyword che solitamente è contenuta nel titolo ed è l’argomento principale del testo stesso. Focalizzarsi su un’unica parola chiave per ogni testo dato che tentare di ottimizzare più keywords in un unico contenuto è spesso controproducente. E’ importante che questa parola chiave sia ripetuta il giusto numero di volte, né troppo, pena la sovraottimizzazione, né troppo poco. Quante volte deve essere ripetuta una parola chiave in un testo? Pensiamo sempre in ottica lettore: dopo quante volte una stessa parola ripetuta all’interno di un testo inizia a essere fastidiosa per chi legge?
4. Utilizzare arricchimenti quali grassetto, corsivo, sottolineature ed elenchi numerati.
5. Utilizzare link, tanto esterni quanto interni, che servano a proporre approfondimenti, altre informazioni e fonti su quanto stiamo trattando.

La grande sfida allora non è solo quella di trattare l’innovazione, ma quella di met­terla in pra­tica inte­grando le reda­zioni tra mobile, web, carta e tablet, e a rea­liz­zare il DIGITAL FIRST. Digi­tal first non signi­fica pub­bli­care prima online e poi sulla carta, ma far partire il lavoro dalla rela­zione digi­tale con la comu­nità di rife­ri­mento, con la quale inte­ra­gire attra­verso diversi lin­guaggi e strumenti:

a. il sito web
b. il web oltre il sito (Face­book, Twit­ter, gli altri social…)
c. la dimen­sione video
d. l’interactive edi­tion su tablet
e. il quotidiano, settimanale o mensile (se esistono)
f. le esten­sioni fisi­che e vir­tuali della ‘comunità’

In ogni caso serviranno buone conoscenze di informatica e del web in generale e ampia confidenza con excel e con i linguaggi html e xml. E poi l’inglese, fondamentale anche perché le nuove tendenze della rete nascono spesso su siti Usa; utile inoltre una solida base di economia, marketing e diritto: non si può ignorare, per esempio, la legislazione sul copyright di Internet. La parola d’ordine comunque sarà flessibilità: ci si deve adattare, non si può sapere come la professione si evolverà: esce in media uno strumento di lavoro nuovo a settimana. Se non ti aggiorni di continuo, non ce la fai, sei tagliato fuori. Il bello però è che non ci si annoia mai, e la soddisfazione arriva proprio dal vedere in tempo reale che gli sforzi sono apprezzati dai lettori.

Non si tratta allora (solo) di un’innovazione tec­nica, ma di cultura. Scordati quindi la ridondanza giornalistica di certo stile di scrittura abbracciando uno stile secco, diretto, chiaro e sintetico che possa davvero essere funzionale per il nuovo paradigma. Non esiste però una ricetta definitiva per il tanto agognato futuro del giornalismo. L’unica cosa certa, in questo settore, è che questi anni di innovazione radicale e di costante mutamento hanno dimostrato come un’idea univoca e una soluzione buona per tutti non possano più essere pensate.

Il FUTURO del GIORNALISMO è nel WEB mai futuri del giornalismo saranno numerosi e con ogni probabilità, molto diversi gli uni dagli altri. Del resto il web stesso è velocità, interpretazione, ampiezza. Soprattutto il web è una gestione del traffico in senso inverso a quello della carta. Questa va inesorabilmente, sempre, dall’alto verso il basso. L’altro va inesorabilmente sempre dal basso verso l’alto, in cui una rete attiva può diventare, anche se senza regole e in modo estremamente “confuso”, deposito e archivio della conoscenza dell’umanità, dove il cittadino spesso vive dentro la notizia, la divulga, la verifica o la commenta in modo certo soggettivo ma spesso critico e interessante, che contribuisce con un massiccio apporto di giornalismo “accidentale”.

In questo scenario di sovraccarico da informazioni c’è più bisogno, e persino domanda, di persone che siano in grado di fare ciò che da sempre i bravi giornalisti hanno sempre fatto: curare, filtrare, collegare, analizzare, confezionare, raccontare. Devono farlo diversamente. Magari dovranno stare su Twitter, o dovranno ricostruire graficamente dati complessi. Ma gran parte di tutto ciò risulta già familiare: esserci, raccontare, spiegare.

Questa è una reale ricchezza e anche la rivoluzione di cui gli storici parleranno in futuro.

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