Nasce Aperitivo Clandestino, Social Food Experience

Nasce Aperitivo Clandestino, Social Food Experience

Aperitivo Clandestino è appena nato grazie alla partnership con TimeLab e sbarca nelle principale città lombarde e propone i migliori aperitivi e eventi musicali, teatrali e culturali nella tua città in location inusuali.

L’idea suona semplice, quando la racconti. L’aperitivo, cioè cibo –buono- e da bere –di qualità. Clandestino, perché non lo si voleva organizzare in posti banali, nei soliti locali. Anzi, non lo si vuole organizzare nemmeno in locali alternativi. Un aperitivo che esce dai bar, in pratica, ed entra in posti nuovi. E poi, terzo ingrediente, una proposta culturale. Fatto, no?

Più o meno. Diciamo che abbiamo deciso le prime date, abbiamo scovato dei posti, abbiamo trovato tante idee da diffondere, storie da raccontare, canzoni da ascoltare. Adesso viene il bello, che sarebbe, incastrare tutti i pezzi del puzzle.

Dove si trova? Inizialmente è proposto nelle principali città in Lombardia:

Da aperitivi a Milano ci si sposta verso la provincia per trovare il miglior aperitivo a Monzaaperitivi in Brianza (Vimercate, Merate Desio e dintorni) ma anche aperitivi a Bergamo, aperitivi a Brescia e aperitivi a Varese.

Social Food Experience.

Sicuramente Aperitivo Clandestino vi sorprenderà!

Lo SPUMANTE: FESTE e non solo

Lo SPUMANTE: FESTE e non solo

Pochi vini sono ammantati di una ritualità e di un edonismo che va molto oltre il piacere del gusto, quanto lo SPUMANTE.

Al solo pensiero dell’apertura di una bottiglia di questo vino è infatti connaturata la sensazione di un momento speciale e memorabile, e la piccola festa a cui il nostro palato si appresta è parte di un godimento più grande: la celebrazione di un successo, la condivisione di una gioia, l’esaltazione per un nuovo inizio, una festa.

Se in Italia lo spumante si classifica solitamente al primo posto degli acquisti irrinunciabili nello shopping delle feste, all’estero, secondo la Coldiretti, mai cosi tanto spumante come quest’anno è stato esportato all’estero (+22%), dunque in netta controtendenza alle difficoltà dell’economia nazionale. Poco meno di 300 milioni di bottiglie di spumante, tra metodo Charmat e Classico, prenderanno la strada che dall’Italia le porterà in tutto il mondo.

Come dicevamo, lo spumante è il vino del brindisi per antonomasia. Merito del caratteristico perlage e delle fresche note aromatiche che contraddistinguono in modo più o meno marcato tutti questi vini. Nel nostro paese esistono diverse aree vocate alla produzione spumantistica, fra cui le più rinomate sono la Franciacorta in Lombardia, le colline che affiancano il fiume Adige, fra Rovereto e Trento, la zona di Conegliano-Valdobbiadene, in Veneto, patria del Prosecco.

Ma attenzione: bere bollicine non è più solo sinonimo di brindisi. In base al tipo di menù, infatti, lo spumante può sostituire i vini bianchi fermi lungo tutto il corso del pasto, grazie alla grande varietà di prodotti che permette di scegliere fra tipologie più facili e beverine e altre più strutturate, adatte quindi ad accompagnare pietanze davvero complesse. A questo punto sta a voi scegliere tra uno spumante dolce o secco, in base al gusto personale, certamente, ma anche in funzione dell’occasione e degli abbinamenti. Per gli spumanti dolci non c’è dubbio, l’accostamento è con i dessert (specie quelli al cucchiaio la cui grassezza è ben equilibrata dalle bollicine) mentre, nel caso degli spumanti secchi, l’effervescenza e l’acidità che li contraddistinguono favoriscono l’abbinamento a piatti o condimenti grassi o a cibi ricchi di amidi (cereali, patate e legumi).

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Vediamo nel dettaglio alcune ipotesi ed accostamenti:

Per gli aperitivi a base di pesce si consiglia uno Spumante morbido, leggero e aromatico (Valdobbiadene Spumante Superiore Dry), oppure un Franciacorta Pas Dosé o un Trento Doc per piatti di carne o Parmigiano Reggiano. Con gli antipasti si può proseguire con un Valdobbiadene nella versione Brut se si servono salumi o proposte calde di formaggio, pesce crudo o a base di verdure. Un Metodo Classico Brut è più indicato con crostacei, salmone affumicato, vitello tonnato e paté. Per i primi piatti invece un occhio di riguardo va dato ai condimenti. Paste e risotti a base di verdure possono essere serviti con il medesimo Brut utilizzato per gli antipasti, mentre in presenza di sughi è meglio passare a un vino più strutturato ma non eccessivamente impegnativo, per esempio un Rosé. Lo stesso Rosé è indicato anche con i secondi di pesce, mentre le pietanze di carne necessitano di bollicine più mature. Ideale è un Metodo Classico Extra Brut. Con i formaggi stagionati si può optare per i Franciacorta Brut e i Trento Doc, per i caprini freschi un Valdobbiadene Superiore Dry, per i formaggi molli si può azzardare anche un Asti Spumante. Nel dessert la regola, spesso trascurata, vuole che non si servano spumanti secchi, quindi largo ai Dry, ai Demi-Sec e ai Dolci. Ed ora arriviamo all’abbinamento con i due dolci più popolari del periodo invernale: Panettone e Pandoro. Il vino per il Panettone deve essere dolce, profumato e con un gusto delicato che non sovrasti le varie sfumature di sapore date dagli ingredienti. Tradizionalmente si beve il Moscato d’Asti, un vino bianco piemontese Docg. Si produce con l’uva Moscato Bianco, di cui mantiene il profumo particolare: per questo viene definito un vino aromatico. Ha un sapore fresco e delicato e va servito a una temperatura di 8°C. Per quanto riguarda il Pandoro, si sa, è fatto con tanto burro e tuorli d’uovo, quindi il vino dovrebbe essere più corposo di quello abbinato al Panettone, un vino dal profumo e dal gusto intensi, che possano sgrassare la bocca. E’ molto adatto dunque un Recioto di Soave, un vino bianco Docg veneto prodotto in vari comuni in provincia di Verona. Deve il suo nome alla sua produzione particolare che inizia con la selezione delle parti superiori dei grappoli, dette “recie”, che sono più mature e ricche di zuccheri. Il Recioto ha un colore giallo dorato intenso, un profumo che ricorda i fiori e il miele e un gusto pieno con note di mandorla. Anche il Brachetto d’Acqui prodotto in vari comuni in provincia di Asti e Alessandria, o il Piemonte Brachetto che si fa anche nella provincia di Cuneo, si sposano molto bene con il Pandoro. Sono vini aromatici, cioè che prendono il profumo caratteristico dell’uva con cui sono fatti. Per le varianti di questi dolci proposte con crema pasticcera o crema al cioccolato i vini da abbinare dovranno avere caratteristiche di corposità, di freschezza, di spiccata dolcezza e grado alcolico consistente. Il tutto per ammortizzare e in qualche modo smorzare l’estrema dolcezza e l’estrema grassezza dei dolci farciti. Per la farcitura al cioccolato un abbinamento ideale è quello con il Marsala Vergine Superiore, con i suoi profumi e sapori molto ricchi e che rimangono in bocca a lungo. Il Marsala esalta infatti il gusto del cioccolato e pulisce la bocca dalla grassezza del dolce.

Oltretutto è bene ricordare che i vini Spumanti fanno anche bene alla salute. Infatti la vinificazione in bianco, tipica dei vini con le bollicine, favorisce lo sviluppo di tipi di olifenoli che si sono dimostrati efficaci nel proteggere cuore, arterie e cervello.

Vini spumanti dunque: un tocco di gioia per le tue feste e un aiuto per la salute attraverso un effetto immunostimolante contro virus e batteri.

A questo punto buon brindisi…e non solo!

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Il fascino della CUCINA INDIANA

Il fascino della CUCINA INDIANA

Spezie, curry, tandoori: Il fascino della CUCINA INDIANA che evoca sensazioni e colori dell’Asia, aromi ambrati e tradizioni misteriose e antiche.

L’india, dopo la Cina, è il secondo paese più popolato al mondo: la sua estensione è pari a quasi dodici volte quella dell’Italia. La sua cucina è ricca di sapori forti, che colpiscono il palato, ma che hanno anche un’azione benefica per il corpo: i principi dietetici di questa cucina così speziata stimolano il fegato che, in un clima tropicale, ha la tendenza ad essere pigro. È una cucina semplice ed equilibrata. Un piatto particolarmente pesante viene sempre accompagnato perlopiù da una componente acida, digestiva, ovvero pomodori, aceto o limone.

Eppure, per quanto i ristoranti indiani siano ormai diffusi da tempo in occidente e siano tra i più amati tra i vari locali etnici, parlare di cucina indiana tout court rischia davvero di risultare improprio.Il subcontinente indiano presenta infatti una tale varietà di usanze, religioni e tradizioni, che hanno influenzato ogni forma della vita quotidiana, compreso il rapporto col cibo; in effetti sarebbe più corretto parlare di “cucine” che caratterizzano il subcontinente indiano e con la cucina un’alchimia di etnie, tradizioni, religioni che nei secoli, nei millenni, si sono differenziate e contaminate, combattute e influenzate. Basti pensare alla fondamentale suddivisione in tre religioni, induismo, buddhismo e islam, ognuna con i suoi precetti per quanto riguarda l’alimentazione. Si hanno così zone in cui la carne di maiale è vietata, altre in cui i bovini non possono essere uccisi, o in cui si pratica direttamente il vegetarianismo; allo stesso modo, ci sono luoghi in cui l’alcool non si usa, e altri che hanno una lunga e ricca tradizione basata sulla birra.

Il 70% degli indiani è vegetariano in quanto applica il principio del rispetto di tutte le forme di vita. In questo campo il modo di pensare può essere più o meno rigido, in quanto alcuni escludono soltanto la carne ed il pesce, altri si rifiutano di assumere tutti i prodotti di origine animale, compresi il latte, il burro, lo yogurt e le uova, e questo ha fatto sì che tra i piatti più rappresentativi ci siano riso e verdure, zuppe e quelli che noi chiameremmo “contorni”. Comunque il risultato, a livello culinario, è quello di creare una delle cucine più ricche, eterogenee e affascinanti del pianeta.

In India è possibile distinguere gli alimenti in due categorie: cibi considerati rinfrescanti, come lo yogurt, le banane, che devono essere evitati quando si è soggetti a raffreddamento; e all’opposto cibi riscaldanti, come l’aglio, il peperoncino, la carne. Il pasto generalmente non è composto da portate, ma è un unico piatto e viene servito tutto nello stesso istante: il nome indiano è THALI. Questo deriva proprio dal piatto in cui è servito e si tratta di un grande piatto rotondo in cui sono presenti vivande, carne, pollame, verdure asciutte, verdure in salsa e farinacei, mentre al centro è posto un mucchietto di riso.

Per quanto riguarda la maggior parte degli Induisti, vegetariani, i pasti principali sono a base di riso, verdura e frutta, usatissima anche, adeguatamente trattata, come in particolari CONDIMENTI. Nella cucina indiana i principali condimenti infatti sono il raita e la chatni. Il raita è un’insalata fatta con yogurt e verdure tritate che fa da contorno ai piatti piccanti. Alcuni esempi di raita sono abbinamenti con cubetti di ananas, con ceci o menta e cetrioli. La chutney o chatni è una salsa vegetale piccante e abbastanza densa, a base di frutta, spezie e ortaggi. Questa serve come condimento per i piatti principali, che siano a base di carne o di riso, e per le verdure; l’aggiunta di zucchero e aceto conferisce in genere alle chutney un sapore agrodolce, ma la prevalenza degli uni o degli altri elementi fa sì che esistano chutney salate e chutney dolci.

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Per quanto riguarda i CIBI TIPICI, il tandoori è un alimento a base di carne o pesce, cotto in uno speciale forno di terracotta, che consente una cottura rapida ad altissima temperatura; il risultato è la croccantezza esterna, la morbidezza interna e la mancanza di grassi nella cottura (questa pietanza prende il nome da un tipo di forno utilizzato per cuocere i piatti tradizionali direttamente sul fuoco). Il curry (dalla parola indiana kari, che può essere tradotta come salsa), è la prima caratteristica che viene in mente a un occidentale che pensi alla cucina indiana, eppure, anche il curry “non esiste”: non è infatti una specifica spezia, come molti pensano, pronta per essere comprata nei negozi o realizzata in casa seguendo ricette precise. In quanto appunto “salsa”, “condimento”, viene modificato di volta in volta, cambiando i suoi ingredienti a seconda del piatto che deve valorizzare. Quindi, polveri e paste che si trovano nei negozi occidentali non sono “il” curry, sono “un” curry, quel tipo di curry, come ce ne possono essere a decine di altro tipo. La tradizione indiana vuole che ogni famiglia possegga due grosse pietre, che servono a polverizzare le spezie, di volta in volta diverse, che poi amalgamate insieme daranno il curry. Componente indispensabile del curry è il Garam Masala, una miscela di spezie, il cui nome vuol dire spezia calda, sia nel senso di calore sia di piccantezza. Ingredienti fondamentali del Garam Masala sono la cannella, i semi di cumino, il coriandolo, il cardamomo, i chiodi di garofano, il pepe nero e la curcuma, ma ne esistono molte varianti. Il Garam Masala, come il curry, si trova facilmente nei negozi, e come il curry non andrebbe comprato ma fatto lì per lì; sia perché a ogni piatto si abbina una miscela diversa, sia perché la caratteristica principale del Garam Masala è la fragranza, per cui è indispensabile che sia fresco; tanto che questa miscela in genere non viene aggiunta durante la cottura ma dopo, perché se ne esalti il sapore appieno. Il masala può essere secco (le spezie vengono tostate) o in salsa. La preparazione secca è tipica delle regioni del Nord e si ottiene macinando a lungo le spezie in grani su una placca di granito con una grossa pietra, mentre per la preparazione in salsa si aggiunge a filo aceto, acqua o latte di cocco, consumando però il condimento nella stessa giornata. In generale tra i piatti che caratterizzano maggiormente la cultura indiana troviamo: il Biriani, che è un piatto in cui il curry asciutto viene messo su carne, gamberi o verdure cotte con spezie e riso. Viene poi accompagnato da una salsa di verdure, sempre a base di curry, mediamente piccante. Il Paneer: un formaggio fresco fatto con latte intero di mucca o di bufala e cagliato con succo di limone o di lime, non stagionato, simile al formaggio spalmabile.

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La particolarità della cucina indiana è racchiusa all’interno delle SPEZIE, infatti grazie a queste una semplice patata può cambiare colore, gusto o forma, presentandosi ogni volta in modo diverso. Si usano molto la cipolla e l’aglio, ma i piatti non risultano mai pesanti, in quanto sono resi digeribili dall’abbinamento stesso e dall’amalgama. Molte delle spezie utilizzate infatti hanno proprietà digestive, disinfettanti, tonificanti, altre regolano la funzionalità del fegato. Per quanto riguarda le singole spezie, qualche consiglio: il cardamomo è di due tipi, entrambi vanno bene per la cucina indiana, ma attenzione, perché se lo si compra già macinato e non in semi, perde prestissimo l’aroma; il coriandolo va tostato prima di essere macinato; il cumino va comprato intero e macinato solo prima di essere usato; la curcuma è la spezia che dona il colore caratteristico al curry; i semi di senape vanno tostati affinché si aprano; lo zafferano comprato in filamenti deve restare in ammollo prima della macinatura; lo zenzero nella cucina indiana va assolutamente usato fresco

Per quanto riguarda invece le BEVANDE, durante i pasti viene spesso consumato il thè, aromatizzato; è molto diffuso anche lo scerbet, a base di frutta, e il lassi, a base di yogurt e sale o zucchero. L’Indiano è abituato a bere molti succhi di frutta, sciroppi ricavati dai fiori, bevande rinfrescanti, alcune volte salate e zuccherate al tempo stesso, profumate, aromatizzate al limone e all’acqua di rose. Altra bevanda molto diffusa è l’acqua di cocco, cioè il contenuto della noce, da non confondere con il latte di cocco, ottenuto a partire dalla polpa, grattugiata e lasciata in infusione per lungo tempo nell’acqua o nel latte.

Dunque, dolce e piccante insieme, zucchero e spezie: nulla di più distante, nel modo occidentale di concepire la cucina, ma in India gli ingredienti si amalgamano, si fondono, in un equilibrio impossibile eppure stabile, gradevole, affascinante.

I LEGUMI sono un elemento molto importante nella dieta quotidiana indiana, infatti non c’è pasto che non contenga almeno un piatto di lenticchie, ceci o fagioli. Il più diffuso è il dal, che accompagna di norma il riso o il chapati (gallette di miglio e grano): è una crema di lenticchie ben cotte, che può essere insaporita con spezie e aromi in varie combinazioni. In india esistono molte varietà di lenticchie, dai vari colori.

Il PANE non è solo un alimento, ma funge anche da “utensile” in questo paese, fornendo un supporto nel momento in cui si mangia con le dita. Il tradizionale pane Indiano è in origine senza lievito, conosciuto con il nome di roti, però tramite l’influenza mussulmana si sono sviluppati anche una moltitudine di pani lievitati. In India si trova una grande varietà di pane, preparato con varie farine e cucinato in molti modi diversi: i più comuni sono il chapati e il paratha. Tra le varietà possiamo citare le seguenti: Naan, un pane dalla pasta lievitata, il cui lievito è ottenuto dal latte cagliato o dallo yogurt. L’impasto viene lavorato fino ad ottenere una galletta ovale e sottile, leggermente più spessa ai bordi rispetto alla parte centrale. Viene successivamente cotto nel forno tandoor. Spesso prima della cottura viene cosparso di semi di papavero o di sesamo, mentre a volte vengono incorporate cipolle tritate e foglie di coriandolo finemente tritate. Prima di servirlo caldo viene spennellato un velo di olio o di ghee, il burro indiano, poi eventualmente farcito con formaggio, curry di verdure o di carne.Il Rumali invece viene chiamato anche pane fazzoletto, in quanto è costituito da più fogli di pasta sovrapposti come un foglietto piegato, ed infine grigliato.

Immaginate di saper amalgamare questi ingredienti e sapori antichi poter portare sulle vostre tavole l’atmosfera e il fascino della cucina orientale.

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Vini e Verdure

Vini e Verdure

Vini e verdure, un sodalizio antico.

Con questo articolo cercheremo di dare qualche semplice indicazione riflettendo attorno al tema delle possibilità di abbinamento, in particolare uno specifico e anche abbastanza insolito tra cibi: l’abbinamento tra vino e verdure. Secondo alcuni esperti tutto ciò sembra quasi un paradosso, questi infatti sostengono che il vino non è tipicamente vegetariano e che dunque sono pochissimi i casi in cui si può osare un abbinamento “efficace” fra vino e verdure. Questi sono infatti del parere che – la verdura – soprattutto se utilizzata come contorno, magari cruda, possa assumere di fatto la stessa funzione del vino, ovvero pulire il palato dai sapori intensi e dall’untuosità per far avere sempre una percezione ottimale del piatto in questione. Altri invece credono che la scelta di un menu vegetariano non precluda un ottimo abbinamento con il vino, anzi l’abbinamento potrà risultare per lo più inedito, altrettanto ricco e interessante.

In generale va ricordato comunque che non c’è una regola precisa riguardo l’abbinamento cibo/vino, esistono tuttavia delle teorie a riguardo che tendono a far preferire determinati binomi nel mondo del cibo escludendone altri, in funzione di un’analisi sensoriale che in senso empirico possa soddisfare l’esaltazione di uno o dell’altro sapore. Entrando ora un po’ più nel concreto cerchiamo allora con qualche esempio di provare a suggerire quali vini potrebbero essere i più indicati per un efficace abbinamento con alcune verdure facendo attenzione al soffermarci sugli elementi gustativi, sulle sostanze cioè che vanno a costituire i sapori fondamentali: il dolce, l’amaro, il salato, l’aspro. Va inoltre specificato cosa si vuole ottenere quando si effettua un abbinamento: è bene che le papille gustative siano aiutate a percepire in maniera adeguata le caratteristiche dei sapori e per quanto riguarda l’equilibrio tra sapori l’abbinamento può essere fatto per contrasto o per analogia.

Per prima cosa non bisogna sottovalutare le verdure: comunque anche queste presentano una varietà di gusti che spaziano da quello decisamente amaro a quello dolce, e questa estrema varietà di sapori rende molto difficile in realtà stabilire delle regole definite una volta per tutte in base alle quale selezionare il giusto vino d’accompagnamento. È possibile comunque fare un po’ di chiarezza suddividendo gli ortaggi e i legumi in diversi gruppi, proprio in base alla prevalente tendenza delle sensazioni da noi percepite. Ne troveremo dunque quelli a tendenza dolce, come le carote, le zucche, le patate, i piselli, le fave, le lenticchie e, a meno che non siano preparate con salse ricche di sapori e di altre sensazioni dominanti, è bene orientarsi in questo caso verso un vino bianco, rosato o rosso, ma sempre secco, fresco e piuttosto debole di corpo (ad un cibo leggero e delicato accosteremo infatti un vino di simile struttura, come per una pietanza dal sapore pieno, complesso e strutturato dovrà essere abbinato un vino dalle medesime caratteristiche).

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In generale tendenzialmente le verdure vorrebbero quindi dei vini bianchi dolci o frizzanti, ma in alcuni casi scegliere un vino rosso potrebbe risultare la soluzione migliore, come nel caso dei legumi, in particolare i fagioli, e soprattutto quando la loro preparazione è stata lunga e ricca, mentre per esempio una grigliata di verdure è perfetta se servita con un bianco morbido e fruttato. La conoscenza della qualità organolettiche degli ingredienti della cucina vegetariana è essenziale allora per la corretta formulazione dell’abbinamento enogastronomico, un fattore che è comunque indispensabile a prescindere dal tipo di cucina e dai suoi ingredienti.Verdure e gli ortaggi sono, innanzitutto, ricchi di sali minerali, pertanto tendono, senza l’aggiunta di altri condimenti, ad avere un gusto abbastanza sapido, soprattutto nel consumo a crudo. Proprio per questo motivo richiedono solitamente l’abbinamento con un vino piuttosto morbido, certamente abbinabile anche alla tendenza amarognola di alcune verdure. Come abbiamo detto però anche il vino rosso si può felicemente abbinare con la cucina vegetariana, in particolare con i legumi ricchi di proteine (oltre a fagioli pensate alla soia) soprattutto quando la preparazione prevede una cottura prolungata e riccamente condita. In questi casi si possono scegliere vini rossi di buona struttura, con un volume alcolico piuttosto elevato e moderata astringenza, in modo da bilanciare la succulenza. Pietanze a base di pasta, con un condimento a base di verdure, possono essere abbinate a vini rossi poco astringenti, come per esempio Pinot Nero e Grignolino. Qualora nel condimento fosse presente il pomodoro, è necessario scegliere un vino di buona morbidezza, anche bianco o rosato. Le minestre di legumi si legano a rossi di medio corpo, specie se ben condite, gli asparagi con un bianco. Preparazioni a base di cipolle, erba cipollina, aglio e scalogno, sono caratterizzate da sensazioni di tendenza dolce, ma anche di tendenza acida e quindi richiedono vini secchi, con bouquet abbastanza intenso, morbidi, abbastanza caldi, non particolarmente freschi, di media struttura e con discreta persistenza aromatica intensa. Una zuppa di patate, anch’essa dotata di una discreta tendenza dolce, richiede l‘abbinamento con un vino bianco giovane, non particolarmente morbido, fresco di acidità e non molto strutturato. Un contorno classico come le lenticchie stufate, si abbinano bene con un vino rosso vivace, dal profumo vinoso, secco e debole di corpo. Un soufflé di asparagi, caratterizzato dai sottili profumi e sapori di questo ortaggio, richiede in abbinamento un vino bianco secco, con bouquet fragrante e leggermente aromatico, morbido e abbastanza fresco. Uno sformato di cipolle, con aromi piuttosto intensi e sensazioni di tendenza dolce, richiede un vino bianco secco con bouquet abbastanza intenso e con sentori floreali e vegetali, abbastanza fresco, mentre uno sformato di carote, sempre con discreta tendenza dolce, si abbina bene ad un vino con bouquet fruttato e fresco.

Delle particolarità ora: le verdure che sicuramente offrono la difficoltà maggiore per un abbinamento perfetto sono i carciofi, ai quali crudi non va abbinato alcun vino, cotti invece dovranno essere accompagnati da un vino decisamente frizzante. Un’insalata di carote condite con abbondante limone o aceto, a causa dell‘elevata acidità di questi, non rende possibile alcun abbinamento con il vino e questo concetto risulta valido a maggior ragione, per i sottaceti. Anche per le verdure la scelta del vino sarà condizionata dalla tendenza del sapore, dal tipo di cottura e dalle eventuali salse di accompagnamento. Va valutato poi se ci troviamo di fronte a preparazioni a base di verdure (come torte ripiene, pomodori ripieni etc.) o se abbiamo di fronte delle verdure semplici. Riassumendo, in linea di massima, per accompagnare gli ortaggi crudi, cotti al vapore oppure bolliti si possono scegliere vini bianchi, ma non corposi, mentre per le verdure cucinate al tegame e al forno, che risultano in genere più saporite, si abbinano a vini dotati di corpo più pronunciato. Il segreto sarà dunque quello di scegliere vini che si accoppiano bene senza essere troppo leggeri avendo comunque abbastanza complessità, e al tempo stesso – specie per i rossi – la struttura non deve essere tale da coprire il piatto, ma è anche vero che non è possibile scegliere il vino “ideale” per ogni singola verdura; del resto il matrimonio tra cibo e vino non ama regole così rigide e paletti rigorosi, proprio come il matrimonio tra gli umani. La sfida successiva potrebbe essere quella di creare abbinamenti in cui è l’aspetto territoriale possa farla da padrone, più che quello sensoriale.

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Birra: Degustarla o Autoprodurla? Entrambe!

Birra: Degustarla o Autoprodurla? Entrambe!

Se da sempre l’Italia si è contraddistinta per i suoi vini, oggi aggiunge alle sue eccellenze anche le birre. Grande protagonista, all’ora dell’aperitivo come anche a tavola, la BIRRA ARTIGIANALE, che da qualche tempo spopola letteralmente come alternativa al classico bicchiere di vino o ai cocktails più richiesti.

Il numero di microbirrifici è in continuo aumento e il trend di crescita non accenna a diminuire. I birrifici artigianali utilizzano il più possibile ingredienti naturali e, con l’introduzione dei “birrifici agricoli”, anche orzo e luppolo provenienti dal territorio di loro appartenenza, contribuendo a creare dei prodotti che sono unici e assolutamente irripetibili. Il fenomeno dei birrifici artigianali, rinasce negli Stati Uniti ed è una riscoperta che avviene a partire dagli anni ottanta, la cosiddetta “Renaissance Americana”, dove molti immigrati europei, riescono a mantenere in vita alcuni vecchi prodotti europei che altrimenti sarebbero andati perduti. Anche in Europa ed in Italia si sta affermando questo fenomeno che si ripromette di proporre prodotti artigianali di elevata qualità e di creare nuova occupazione. Per apprezzare appieno le qualità di una birra non industriale è ormai chiaro che è sempre più necessario conoscere le birre, le loro qualità ed essere in grado di fare una degustazione tecnica ed oggettiva (molti i corsi dedicati alla degustazione attivi in tutta Italia). Birra: Degustarla o Autoprodurla? Entrambe!

Luppolo-TimeLab

Interessante anche come produrla, ormai basta davvero poco per farlo in maniera casalinga. Il procedimento è molto meno complesso di quanto si possa credere e anche in Italia si sta diffondendo l’abitudine di produrre l’antica bevanda tra le mura domestiche, merito soprattutto della diffusione dei kit per la fermentazione della birra: pur semplificando il processo evitando passaggi quali la macina e la cottura dell’orzo, la filtratura del mosto ottenuto e la sua bollitura con il luppolo, consentono di ottenere una bevanda naturale, senza coloranti e conservanti artificiali e dunque genuina, da sorseggiare e servire ai propri ospiti con orgoglio e grande soddisfazione. Se vuoi cimentarti nella preparazione in casa di una birra, l’homebrewing, dovrai procurarti qualche ingrediente e un minimo di attrezzatura. Imparerai ben presto ad affinare le varie fasi di realizzazione e potrai godere della soddisfazione di assaggiare la tua bevanda insieme agli amici.

Vediamo come produrre la birra grazie ai kit per la birra presenti sul mercato. Acquistabili in enoteca, in birreria oppure online, vanno dal più economico con un solo fermentatore e quelli completi di tutto l’occorrente. Un kit normalmente comprende un bidone in plastica per alimenti dove fare la fermentazione, un termometro digitale adesivo che sarà utile per misurare la temperatura nelle varie fasi di lavorazione, un gorgogliatore che farà uscire l’anidride carbonica prodotta, un densimetro per misurare la densità del mosto durante la fermentazione, una provetta, una spatola, un tubo per il travaso prima dell’imbottigliamento, una tappatrice per tappi a corona, uno sterilizzatore per bottiglie, un manuale per fare la birra e una confezione di malto luppolato a scelta (completo di lievito secco) secondo il tipo di birra preferito (Lager, Pilsner, English Beer, Irish Stout, Weiss, ecc.) A tutto questo bisognerà poi aggiungere solamente alcune bottiglie per conservare la birra prodotta.

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Questi strumenti aiutano ad evitare i passaggi più complicati della produzione della birra grazie soprattutto ai malti pronti: con essi è sufficiente aggiungere al composto dell’acqua calda e, se richiesto dal tipo di malto, zucchero e lasciarlo bollire per cinque minuti. Si dovrà poi versare in una pentola insieme a due o tre litri di acqua e a esso potrà essere aggiunto con parsimonia dello zucchero per aumentare la fermentazione. Fatto bollire per cinque minuti e raffreddare velocemente immergendo nella vaschetta del lavandino piena di acqua fredda lo si rovescerà rovesciare nel fermentatore, aggiungendo un po’ di acqua fresca. Sciolto quindi il lievito secco in acqua a 30°C per mezz’ora lo si aggiungerà al mosto.
Il fermentatore andrà chiuso, anche se non in modo ermetico, e ci si infilerà il gorgogliatore per poi posizionare il tutto in un luogo buio, mantenendo un temperatura di venti gradi o poco più. Trascorse quindici ore dall’aggiunta del lievito, si vedrà formarsi la prima schiuma. La fermentazione proseguirà per circa una settimana e al termine la birra potrà essere misurata con un densimetro per raggiungere il livello preferito. Se necessario si potrà aspettare ancora qualche giorno.
Prima di imbottigliare la birra, è consigliabile un travaso in altro recipiente più grande, servendosi di un tubo di gomma. Bisogna ricordarsi di non aspirare con la bocca per evitare contaminazioni batteriche che possono provocare l’inacidimento e di non pescare i sedimenti di lievito, rimasti sul fondo. Volendo poi nelle bottiglie si possono inserire ulteriori zuccheri per favorire la produzione di schiume e di effetto frizzantino. La dose zuccherina in questo caso sarà di 6-7 grammi per litro di birra. Le bottiglie, con i tappi ben chiusi, andranno messe a riposare in un luogo buio a 20-25°C per due settimane e poi altri quindici giorni in cantina. Più la birra maturerà, più sarà buona.

Chiaramente in casa non sarà facile ottenere uno dei capolavori dei birrifici professionali o di quelli storici oltralpe. Ma si vuole discutere della soddisfazione di autoprodursi e bere la propria birra?

Imparate tutti i segreti di questa bevanda dalla storia antica.

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TimeLab e l’ARTE DEL PANE

TimeLab e l’ARTE DEL PANE

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La lavorazione della farina e della pasta di pane ha portato nei secoli allo sviluppo di miriadi di prodotti culinari tra i più famosi e importanti e ha origine fin dall’alba dei tempi.

La preparazione di questo meraviglioso impasto, che i Greci definivano il cibo degli dei, ha origine addirittura nella Preistoria quando l’uomo si rese conto che poteva ottenere un impasto lavorabile, dalla polvere delle ghiande schiacciate unita a dell’acqua.

La sua meraviglia crebbe ancora di più quando imparò a cuocere questo impasto sulle pietre roventi ottenendo un prodotto più duro ma sicuramente più gustoso: il primo tentativo di pane. Naturalmente, col passare del tempo, le tecniche per preparare la pasta per il pane si affinarono, in particolar modo nella scelta più accurata degli ingredienti: la farina di ghianda venne presto soppiantata dai cereali macinati, come l’orzo o il farro.

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I primi a rendersi conto dell’importanza che rivestiva questo miracoloso impasto furono, senza dubbio, i Babilonesi e gli Egiziani seguiti a ruota dai Greci che nell’Età Classica aggiunsero all’impasto di base, fatto di acqua e farina, anche altri ingredienti. Ma furono i Romani coloro che fecero conoscere la pasta per il pane, e la resero una ricetta popolare. Al contrario, nel Medioevo, la preparazione del pane e il suo consumo, divennero un lusso riservato solo ai nobili e signori mentre il popolo doveva accontentarsi di un semplice impasto ottenuto dall’orzo o dalla segale.

Fu solo nel Rinascimento che il pane ridivenne un alimento popolare e, proprio in questo periodo di grande rinascita, la ricetta venne rivisitata assumendo quelle caratteristiche a noi care che mantiene ancora oggi. I fornai rinascimentali, infatti, introdussero l’utilizzo dell’innovativo lievito di birra e della farina di grano duro di alta qualità.

La grande svolta nel mondo della panificazione si ebbe, però, nel XVIII secolo grazie all’invenzione della macchina impastatrice ed alla crescente produzione di lieviti artificiali che resero la preparazione del pane più semplice e rapida. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, l’impasto per il pane ha mantenuto le stesse caratteristiche di un tempo e, come allora, ancora oggi è una delle ricette maggiormente utilizzate forse anche per la sua versatilità.

Con l’impasto base per il pane, infatti, si possono realizzare una grande quantità di preparazioni tra cui pizze, focacce e torte salate oltre ad una enorme varietà di pane e panini. Il pane Oggi è diffuso ovunque nel mondo e ogni paese, ogni cultura e ogni tradizione annovera i suoi pani e i suoi ingredienti tipici. Il processo di evoluzione del pane si può definire in costante sviluppo; grazie alla sua vasta diffusione nei paesi del mondo, i panettieri creano sia nuove forme che nuovi tipi. In definitiva, la storia del pane non è ancora finita.

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