FOGLIE D’ORO e cosmesi

FOGLIE D’ORO e cosmesi

Si avvicinano le feste ed è il momento più adatto alla ricerca di un trucco che ti faccia risaltare con prorompenza con un occhio di riguardo per la tua pelle. Foglie d’oro e cosmesi.

Recenti ricerche hanno messo in luce le proprietà dell’oro che, se applicato sulla pelle e grazie ad un massaggio manuale, penetra in profondità dando molti benefici. Gli effetti benefici e antiage riguardano rughe, occhiaie, labbra e palpebre che ricevono  una rivalorizzazione estetica e funzionale.

Ma come realizzare un make-up con le foglie d’oro? Come creare un trucco che potrebbe portare un’attenzione speciale sui tuoi occhi?

Da millenni la foglia oro è uno dei prodotti più utilizzati nella cosmetica di lusso (del resto è stato usato con questa funzione già nel passato dagli antichi Egizi e dalle civiltà Maya e Azteche). Nel corso del tempo dunque maschere e trucchi in foglia oro hanno curato e abbellito il viso e la pelle di principesse e regine, fra le quali la più famosa nel farne uso è stata Cleopatra.

Riconosciute ormai le proprietà anti-età dell’oro che permettono l’aumento della tonicità, della luminosità e della levigatezza della pelle, oggi in commercio ci sono molteplici prodotti appositamente realizzati con dell’oro: foglie, polveri, briciole e fiocchi. E così, anche la pelle del viso (ma non solo) si merita le cure più “preziose”. Una compagnia giapponese leader nei trattamenti di benessere, ha messo perfino a punto una maschera d’oro: penetrando nella pelle stimola i linfonodi, elimina le tossine, stimola anche la circolazione sanguigna, favorendo in questo modo il processo di ringiovanimento delle cellule. Qualche anno fa, quando è stata riproposta questa pratica, era una cosa per pochissimi. Oggi, anche grazie alla moda, sono numerose le ragazze e le signore che vogliono provare questo elisir di bellezza.

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Parliamo ora di una applicazione più specifica, e cioè di come utilizzare le foglie d’oro anche per un make-up casalingo e davvero alla portata di chiunque. Ti serviranno: foglie d’oro (le troverai nei negozi di decoupage, nei brico, oppure nelle cartolerie più fornite, dico quelle che hanno uno spazio anche per le belle arti, alcune esperte però consigliano anche foglie d’oro alimentare), una matita nera, dell’ombretto avorio e nero, della colla per ciglia finte o fissante per il trucco.
In primo luogo prepara la base per il trucco con fondotinta (il consiglio è quello di usarne uno che vada a creare una base luminosa che farà risaltare ancora di più i riflessi dell’oro). Trucca gli occhi creando un trucco smoky eye di colore nero. Prima di stendere l’ombretto crea, con la matita nera, una sottolineatura interna e esterna all’occhio, adatto proprio per intensificare lo sguardo (per creare così un contrasto forte con la foglia d’oro).

Ora passa alla foglia d’oro: aiutandoti con la colla per ciglia finte o con il fissante per trucco, inumidisci lievemente un piccolo pezzo di foglia oro e applicala sulla palpebra. In particolare appoggia la foglia d’oro dove le due palpebre si incontrano, stando attenta a non ostruire la papilla lacrimale che si trova proprio in quella zona. Spalma delicatamente un po’ di crema per il contorno occhi, in modo da rendere la superficie leggermente umida e appiccicosa. Devi inumidire infatti la zona usando una crema grassa o anche del burro cacao o del fissante sulla. Solo a questo punto puoi appoggiare delicatamente la foglia premendo con l’aiuto di un cotton fioc. Non è possibile infatti applicare colla sulla figlia d’oro direttamente perché si potrebbe rompere. Per farla aderire al meglio puoi poi esercitare delle piccole pressioni (se vuoi aiutati con il retro del pennello da trucco). Uniforma il tutto ritoccando l’ombretto steso in precedenza e applica il mascara sulle ciglia. Non c’è bisogno di essere particolarmente precise… In piccoli pezzi poi va applicata la foglia d’oro: se non vi piace o trovate un po’ forte l’effetto del tutto oro sulla palpebra potrete anche applicarle solo all’esterno o solo vicino alle sopracciglia. Per dare ancora più carattere al trucco, puoi anche applicare anche un paio di ciglia finte non troppo lunghe, in modo tale da non coprire la foglia d’oro. Evita però il fard e il rossetto che potrebbero appesantire il risultato finale facendo apparire questo trucco un po’ meno raffinato. Con questo trucco il vostro sguardo colpirà proprio per quegli elementi inconsueti come a formare dei punti/ornamenti brillanti per lo sguardo. Sofisticato ed elegante, metterà in risalto i tuoi occhi, per il resto nude look; per esempio dando uno sguardo ai capelli: per mettere in risalto un trucco di questo genere, è meglio raccoglierli e non tenerli sciolti. Dopo averli cotonati, pettinali delicatamente e fissali con una forcina. In seguito applica i prodotti per capelli che desideri e quindi lega i capelli in una coda alta chic.

Speciale per la tua notte di Capodanno, ma è un’idea geniale anche per altri periodi dell’anno, per party in cui vuoi essere al centro dell’attenzione.

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La STAMPA 3D: una rivoluzione in atto

La STAMPA 3D: una rivoluzione in atto

Le stampanti a tre dimensioni sono da alcuni osservatori viste e interpretate come lo strumento del futuro dell’industria, ma non solo, come vedremo; addirittura secondo l’Economist porteranno un giorno chiaramente a una “terza rivoluzione industriale”.

Ma che cos’è una STAMPANTE 3D?

In sostanza stiamo parlando di una macchina che consente di produrre un oggetto solido partendo però da un modello digitale dell’oggetto stesso, realizzato con un software di modellazione. Alcuni articoli e riflessioni sottolineano la portata e importanza di tutto questo, parlando dunque di passaggio rivoluzionario dalla vecchia creazione di documenti alle nuove potenzialità di creazione di oggetti, oggetti tridimensionali. Questi vengono prodotti tramite la sovrapposizione perfetta di strati di polimeri condensati di varia natura in grado di aggregarsi per formare vera e propria materia solida. Il risultato, in poche parole, è la realizzazione di una figura che rispetta tutte e tre le misure nello spazio reale precedentemente realizzata al computer. La stampa 3D: una rivoluzione in atto già nelle nostre case.

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Da qualche anno si fa un gran parlare anche perché ormai la stampante 3d non è più un’esclusiva soltanto delle grandi aziende e delle case di produzione in serie ma ha raggiunto anche l’ambito domestico. Dalla stampa di pezzi per riparare oggetti di casa (come un paio di occhiali rotti), all’oggettistica, fino alla realizzazione casalinga di elementi complessi di ogni genere. Questa rivoluzione è già realtà. Se fino ad un passato recente per stampare un documento, le comuni stampanti a getto d’inchiostro facevano muovere una testina avanti e indietro lungo un asse orizzontale, mentre il foglio sotto di essa scorre lentamente in avanti, la testina rilascia righe sottilissime di inchiostro, una stampante 3D invece si muove lungo tre assi e sovrappone tra loro diversi strati di materiale. Più lo strato è sottile più la stampante ha una buona definizione. In media lo spessore è di 0,1 millimetri, ma ci sono modelli che riescono a stampare sovrapponendo strati di appena 0,02 millimetri. Da parte di tutti i settori dell’industria stiamo inoltre assistendo ad una corsa funzionale a sviluppare, ricercare e utilizzare allora nuovi materiali in questi processi, come per esempio, oltre che materiale plastiche, la fibra di carbonio, i derivati dell’amido di mais biodegradabili e naturali ma anche cellulosa, l’acciaio, i metalli e perfino la cioccolata! Sostanzialmente queste materie vengono racchiusi in una sorta di “cartucce stampante” che contengono dei filamenti di materiale.

Esistono diverse tecnologie per la stampa 3D e le loro differenze principali riguardano il modo in cui sono stampati gli strati: alcuni metodi usano materiali che si fondono o si ammorbidiscono e la modellazione a deposizione fusa , mentre altri depongono materiali liquidi che sono fatti indurire con tecnologie diverse, oppure utilizzando polveri ceramiche, attraverso sistemi di legatura che consentono di stampare materiale di argilla da un modello al computer e che poi va cotto.

Ma che cosa si stampa con le stampanti 3D?

Non c’è praticamente nessun settore in cui la manipolazione di materia secondo forme prestabilite e personalizzate non appaia interessante. La stampa 3D ha toccato i primi utilizzi nell’ambito della prototipazione e ciò ci porta subito a parlare dell’ambito industriale, dove sono usate soprattutto per stampare modelli di futuri prodotti, anche perché questo avviene a costi molto bassi rispetto ai metodi tradizionali. In questo modo si possono testare e sperimentare le caratteristiche dei campioni di pre-produzione realizzandone di molto simili al prodotto finito. In molti prevedono però che con le stampanti 3D in futuro sarà possibile stamparsi di tutto. Alcune società, per esempio, hanno iniziato a usare questi sistemi per permettere ai loro clienti di personalizzare gli oggetti che stanno per acquistare. E già questa – di fatto – è una rivoluzione! Iniziano del resto ad essere disponibili stampanti 3D per uso domestico, legate quindi ad un uso quotidiano e hobbystico. I vantaggi e le potenzialità appaiono davvero importanti: si può creare in proprio dei modelli o modificare alcuni già esistenti (dopo averli scaricati da appositi siti internet). La gamma di oggetti stampabili in proprio è ovviamente amplissima, e va dai portapenne ai supporti per cellulari, passando per i giocattoli e i modellini di treni, aerei e quant’altro, con grande possibilità di personalizzazione. Molto di questo lavoro è stato guidato focalizzato su comunità di utenti fai da te/entusiasti/precoci, con legami con il mondo accademico.

Quali possono essere le applicazioni?

Stampanti 3D per uso edilizio: al di fuori del nostro paese si notano importanti sviluppi soprattutto nella messa a punto del materiale cementizio; per esempio in Cina sono riusciti a stampare 10 case in calcestruzzo in 24 ore. In California, è stata ideata una stampante in grado di costruire una casa di 100mq, con muri e solette. Altri progetti arrivano dalla Spagna: piccoli robot che mentre si muovono su cingoli rilasciano materiale. Grazie alle stampanti 3d è stato anche possibile realizzare abitazioni ecofriendly, come Villa Asserbo, in Danimarca, la costruzione in sole quattro settimane utilizzando 820 fogli di compensato ricavato dalle foreste certificate Finlandesi, attraverso fogli di legno “stampati” con la tecnica del 3D printing in sole quattro settimane e rispettando i dettami dell’architettura green. Gli studi di architettura in questo modo possono avere oltretutto in pochissimo tempo un modello fisico di un progetto realizzato da loro fino a quel momento solo sulla carta, o meglio su AutoCAD. La possibilità di stampare le case non è passata inosservata agli enti spaziali che vorrebbe usare la stessa tecnologia per stampare basi lunari; la Nasa sta pensando ad un sistema per inviare la stampante 3D che sfrutta questa particolare tecnologia su di altri pianeti, in modo da realizzare abitazioni in totale autonomia.

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In campo medicale: attraverso polimeri che simulano le caratteristiche dei tessuti del corpo. Tutto ciò ha dato il là ad un fiorire di nuovi progetti, sperimentazioni e successi: ad Utrecht per esempio è stato effettuato il primo trapianto di cranio stampato in 3D ad un paziente; la calotta cranica è stata realizzata con un resina speciale tramite l’utilizzo di una stampante 3D. Un chirurgo a Newcastle ha operato invece, per la prima volta al mondo, una persona malata di tumore sfruttando proprio i vantaggi di questo tipo di stampa, tramite una precisa ricostruzione in 3D del bacino ed una riproduzione fedele realizzata con polvere di titanio. La grande sfida in questo campo è quella di usare questa stampa per creare modelli personalizzati di protesi da impiantare, in modo che si adattino al meglio a chi le dovrà utilizzare (risparmiando oltretutto anche una notevole mole di denaro). Altri esperimenti stanno andando nella direzioni di aumentare invece i normali parametri umani, per esempio usando un misto di cellule e nanoparticelle, un polimero organico e una piccola antenna di metallo, gli scienziati di Princeton hanno stampato in 3D un orecchio in grado di percepire frequenze oltre le normali capacità umane. Per quanto concerne invece il settore della farmacologia, sono state implementate soluzioni che permettono di realizzare farmaci personalizzati. Un team di ricercatori di inglesi ha creato infatti una stampante che consente non solo di stampare compresse uguali ad altre già esistenti, ma anche di creare farmaci personalizzati per ogni paziente.

In campo alimentare: realizzazione di oggetti in zucchero che si prestano particolarmente alla realizzazione di particolari sculture dal design “dolce” attraverso glasse. Anche per realizzare decorazioni in cioccolato esiste un apposito modello di stampante, che consente di produrre in pochi secondi qualsiasi forma proveniente da un modello CAD in fantastiche decorazioni commestibili, plasmabile quando è caldo, rigido quando si raffredda.

Nella didattica: l’utilizzo delle stampanti tridimensionali nelle scuole può risultare estremamente utile, fino a “capovolgere il rapporto tra gli studenti e le materie tecniche” secondo alcuni esperti.

Nell’arte: pressoché infinite sono, le possibili applicazioni della stampa tridimensionale in campo artistico, pensa al mondo dell’arte contemporanea o alla riproduzione di monumenti e sculture. Particolarmente utile si può rivelare nella riproduzione di preziosi, delicati o malandati manufatti dei beni culturali, dove il contatto diretto delle sostanze di stampaggio tradizionale potrebbe danneggiare la superficie dell’oggetto originale. Oggi c’è la possibilità di stampare utilizzando sabbia e un particolare inchiostro che si trasformano in roccia, nel settore del design, in particolare nell’interior design (tanto più in questo settore, niente è meglio di un modello reale per valutare la validità e bontà di un’idea).

Altre applicazioni includerebbero la ricostruzione dei fossili in paleontologia, la replica di manufatti antichi e senza prezzo in archeologia.

Ecco che sempre più creativi scelgono di dotarsi di una stampante 3D per avere in pochi secondi in mano l’oggetto pensato. Il successo è tale in questo ambito che spopolano oramai corsi, concorsi e mostre legate a questo settori, store dedicati alla vendita esclusiva di sistemi per la produzione di prototipi (online si trovano già i file di molti progetti realizzati da altri e condivisi). Con la “rivoluzione” 3D ci sarà anche spazio per alcune nuove professioni, ovvero l’artigianato diventerà sempre più digitale. Un settore che sta crescendo, mentre negli ultimi anni il costo delle stampanti 3D si è considerevolmente contratto.

Per concludere, che sia un giocattolo, un paio di occhiali, pezzi di ricambio, cover per il cellulare, oltre che utilizzi più in serie, la tecnologia di stampa 3d appare davvero rivoluzionaria La stampa 3D si può dunque affiancare ai metodi più tradizionali dando nuove possibilità e prospettive. Certo, i limiti sono soprattutto nel materiale e nell’utilizzo di più colori per uno stesso oggetto: le plastiche non sono solitamente un materiale percepito come nobile per esempio, e la complessità nel realizzare oggetti a più colori per le stampanti più economiche non è condizione ideale per creare oggetti che non siano prototipi. È indubbio però che la stampa 3D offra enormi opportunità e possa portare a un cambiamento sensibile degli attuali processi industriali attraverso nuove possibilità e un importante cambiamento nel modo di progettare e soprattutto di produrre le cose che ci stanno intorno. Uno dei cambiamenti più radicali apportato dalla stampa 3D è il rapporto tra produttore e cliente raggiungendo un livello di personalizzazione mai avuto prima, in qualsiasi ambito. Per molte cose potremmo non dover più andare nei negozi, potremmo farci da soli un componente che manca a qualcosa che ci serve.

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Il fascino della CUCINA INDIANA

Il fascino della CUCINA INDIANA

Spezie, curry, tandoori: Il fascino della CUCINA INDIANA che evoca sensazioni e colori dell’Asia, aromi ambrati e tradizioni misteriose e antiche.

L’india, dopo la Cina, è il secondo paese più popolato al mondo: la sua estensione è pari a quasi dodici volte quella dell’Italia. La sua cucina è ricca di sapori forti, che colpiscono il palato, ma che hanno anche un’azione benefica per il corpo: i principi dietetici di questa cucina così speziata stimolano il fegato che, in un clima tropicale, ha la tendenza ad essere pigro. È una cucina semplice ed equilibrata. Un piatto particolarmente pesante viene sempre accompagnato perlopiù da una componente acida, digestiva, ovvero pomodori, aceto o limone.

Eppure, per quanto i ristoranti indiani siano ormai diffusi da tempo in occidente e siano tra i più amati tra i vari locali etnici, parlare di cucina indiana tout court rischia davvero di risultare improprio.Il subcontinente indiano presenta infatti una tale varietà di usanze, religioni e tradizioni, che hanno influenzato ogni forma della vita quotidiana, compreso il rapporto col cibo; in effetti sarebbe più corretto parlare di “cucine” che caratterizzano il subcontinente indiano e con la cucina un’alchimia di etnie, tradizioni, religioni che nei secoli, nei millenni, si sono differenziate e contaminate, combattute e influenzate. Basti pensare alla fondamentale suddivisione in tre religioni, induismo, buddhismo e islam, ognuna con i suoi precetti per quanto riguarda l’alimentazione. Si hanno così zone in cui la carne di maiale è vietata, altre in cui i bovini non possono essere uccisi, o in cui si pratica direttamente il vegetarianismo; allo stesso modo, ci sono luoghi in cui l’alcool non si usa, e altri che hanno una lunga e ricca tradizione basata sulla birra.

Il 70% degli indiani è vegetariano in quanto applica il principio del rispetto di tutte le forme di vita. In questo campo il modo di pensare può essere più o meno rigido, in quanto alcuni escludono soltanto la carne ed il pesce, altri si rifiutano di assumere tutti i prodotti di origine animale, compresi il latte, il burro, lo yogurt e le uova, e questo ha fatto sì che tra i piatti più rappresentativi ci siano riso e verdure, zuppe e quelli che noi chiameremmo “contorni”. Comunque il risultato, a livello culinario, è quello di creare una delle cucine più ricche, eterogenee e affascinanti del pianeta.

In India è possibile distinguere gli alimenti in due categorie: cibi considerati rinfrescanti, come lo yogurt, le banane, che devono essere evitati quando si è soggetti a raffreddamento; e all’opposto cibi riscaldanti, come l’aglio, il peperoncino, la carne. Il pasto generalmente non è composto da portate, ma è un unico piatto e viene servito tutto nello stesso istante: il nome indiano è THALI. Questo deriva proprio dal piatto in cui è servito e si tratta di un grande piatto rotondo in cui sono presenti vivande, carne, pollame, verdure asciutte, verdure in salsa e farinacei, mentre al centro è posto un mucchietto di riso.

Per quanto riguarda la maggior parte degli Induisti, vegetariani, i pasti principali sono a base di riso, verdura e frutta, usatissima anche, adeguatamente trattata, come in particolari CONDIMENTI. Nella cucina indiana i principali condimenti infatti sono il raita e la chatni. Il raita è un’insalata fatta con yogurt e verdure tritate che fa da contorno ai piatti piccanti. Alcuni esempi di raita sono abbinamenti con cubetti di ananas, con ceci o menta e cetrioli. La chutney o chatni è una salsa vegetale piccante e abbastanza densa, a base di frutta, spezie e ortaggi. Questa serve come condimento per i piatti principali, che siano a base di carne o di riso, e per le verdure; l’aggiunta di zucchero e aceto conferisce in genere alle chutney un sapore agrodolce, ma la prevalenza degli uni o degli altri elementi fa sì che esistano chutney salate e chutney dolci.

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Per quanto riguarda i CIBI TIPICI, il tandoori è un alimento a base di carne o pesce, cotto in uno speciale forno di terracotta, che consente una cottura rapida ad altissima temperatura; il risultato è la croccantezza esterna, la morbidezza interna e la mancanza di grassi nella cottura (questa pietanza prende il nome da un tipo di forno utilizzato per cuocere i piatti tradizionali direttamente sul fuoco). Il curry (dalla parola indiana kari, che può essere tradotta come salsa), è la prima caratteristica che viene in mente a un occidentale che pensi alla cucina indiana, eppure, anche il curry “non esiste”: non è infatti una specifica spezia, come molti pensano, pronta per essere comprata nei negozi o realizzata in casa seguendo ricette precise. In quanto appunto “salsa”, “condimento”, viene modificato di volta in volta, cambiando i suoi ingredienti a seconda del piatto che deve valorizzare. Quindi, polveri e paste che si trovano nei negozi occidentali non sono “il” curry, sono “un” curry, quel tipo di curry, come ce ne possono essere a decine di altro tipo. La tradizione indiana vuole che ogni famiglia possegga due grosse pietre, che servono a polverizzare le spezie, di volta in volta diverse, che poi amalgamate insieme daranno il curry. Componente indispensabile del curry è il Garam Masala, una miscela di spezie, il cui nome vuol dire spezia calda, sia nel senso di calore sia di piccantezza. Ingredienti fondamentali del Garam Masala sono la cannella, i semi di cumino, il coriandolo, il cardamomo, i chiodi di garofano, il pepe nero e la curcuma, ma ne esistono molte varianti. Il Garam Masala, come il curry, si trova facilmente nei negozi, e come il curry non andrebbe comprato ma fatto lì per lì; sia perché a ogni piatto si abbina una miscela diversa, sia perché la caratteristica principale del Garam Masala è la fragranza, per cui è indispensabile che sia fresco; tanto che questa miscela in genere non viene aggiunta durante la cottura ma dopo, perché se ne esalti il sapore appieno. Il masala può essere secco (le spezie vengono tostate) o in salsa. La preparazione secca è tipica delle regioni del Nord e si ottiene macinando a lungo le spezie in grani su una placca di granito con una grossa pietra, mentre per la preparazione in salsa si aggiunge a filo aceto, acqua o latte di cocco, consumando però il condimento nella stessa giornata. In generale tra i piatti che caratterizzano maggiormente la cultura indiana troviamo: il Biriani, che è un piatto in cui il curry asciutto viene messo su carne, gamberi o verdure cotte con spezie e riso. Viene poi accompagnato da una salsa di verdure, sempre a base di curry, mediamente piccante. Il Paneer: un formaggio fresco fatto con latte intero di mucca o di bufala e cagliato con succo di limone o di lime, non stagionato, simile al formaggio spalmabile.

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La particolarità della cucina indiana è racchiusa all’interno delle SPEZIE, infatti grazie a queste una semplice patata può cambiare colore, gusto o forma, presentandosi ogni volta in modo diverso. Si usano molto la cipolla e l’aglio, ma i piatti non risultano mai pesanti, in quanto sono resi digeribili dall’abbinamento stesso e dall’amalgama. Molte delle spezie utilizzate infatti hanno proprietà digestive, disinfettanti, tonificanti, altre regolano la funzionalità del fegato. Per quanto riguarda le singole spezie, qualche consiglio: il cardamomo è di due tipi, entrambi vanno bene per la cucina indiana, ma attenzione, perché se lo si compra già macinato e non in semi, perde prestissimo l’aroma; il coriandolo va tostato prima di essere macinato; il cumino va comprato intero e macinato solo prima di essere usato; la curcuma è la spezia che dona il colore caratteristico al curry; i semi di senape vanno tostati affinché si aprano; lo zafferano comprato in filamenti deve restare in ammollo prima della macinatura; lo zenzero nella cucina indiana va assolutamente usato fresco

Per quanto riguarda invece le BEVANDE, durante i pasti viene spesso consumato il thè, aromatizzato; è molto diffuso anche lo scerbet, a base di frutta, e il lassi, a base di yogurt e sale o zucchero. L’Indiano è abituato a bere molti succhi di frutta, sciroppi ricavati dai fiori, bevande rinfrescanti, alcune volte salate e zuccherate al tempo stesso, profumate, aromatizzate al limone e all’acqua di rose. Altra bevanda molto diffusa è l’acqua di cocco, cioè il contenuto della noce, da non confondere con il latte di cocco, ottenuto a partire dalla polpa, grattugiata e lasciata in infusione per lungo tempo nell’acqua o nel latte.

Dunque, dolce e piccante insieme, zucchero e spezie: nulla di più distante, nel modo occidentale di concepire la cucina, ma in India gli ingredienti si amalgamano, si fondono, in un equilibrio impossibile eppure stabile, gradevole, affascinante.

I LEGUMI sono un elemento molto importante nella dieta quotidiana indiana, infatti non c’è pasto che non contenga almeno un piatto di lenticchie, ceci o fagioli. Il più diffuso è il dal, che accompagna di norma il riso o il chapati (gallette di miglio e grano): è una crema di lenticchie ben cotte, che può essere insaporita con spezie e aromi in varie combinazioni. In india esistono molte varietà di lenticchie, dai vari colori.

Il PANE non è solo un alimento, ma funge anche da “utensile” in questo paese, fornendo un supporto nel momento in cui si mangia con le dita. Il tradizionale pane Indiano è in origine senza lievito, conosciuto con il nome di roti, però tramite l’influenza mussulmana si sono sviluppati anche una moltitudine di pani lievitati. In India si trova una grande varietà di pane, preparato con varie farine e cucinato in molti modi diversi: i più comuni sono il chapati e il paratha. Tra le varietà possiamo citare le seguenti: Naan, un pane dalla pasta lievitata, il cui lievito è ottenuto dal latte cagliato o dallo yogurt. L’impasto viene lavorato fino ad ottenere una galletta ovale e sottile, leggermente più spessa ai bordi rispetto alla parte centrale. Viene successivamente cotto nel forno tandoor. Spesso prima della cottura viene cosparso di semi di papavero o di sesamo, mentre a volte vengono incorporate cipolle tritate e foglie di coriandolo finemente tritate. Prima di servirlo caldo viene spennellato un velo di olio o di ghee, il burro indiano, poi eventualmente farcito con formaggio, curry di verdure o di carne.Il Rumali invece viene chiamato anche pane fazzoletto, in quanto è costituito da più fogli di pasta sovrapposti come un foglietto piegato, ed infine grigliato.

Immaginate di saper amalgamare questi ingredienti e sapori antichi poter portare sulle vostre tavole l’atmosfera e il fascino della cucina orientale.

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PERSONAL SHOPPER e PERSONAL STYLIST: unire lavoro e passione

PERSONAL SHOPPER e PERSONAL STYLIST: unire lavoro e passione

Diventare PERSONAL SHOPPER e PERSONAL STYLIST significa unire lavoro e passione.

Adori girare per negozi a caccia dell’affare,sei una patita di look e abbinamenti e Le tue amiche fanno a gara per farsi consigliare da te?

La figura del personal shopper è sempre più richiesta. Inn un periodo in cui l’originalità e la capacità di mettersi in gioco con idee nuove sono fondamentali, per molte persone questa attitudine può trasformarsi in un’occupazione vera e propria. Questo lavoro, nato in America, si è diffuso da pochi anni anche in Italia, soprattutto nelle grandi città come Milano, Roma e Torino, e sempre più persone si stanno avvicinando a questo ambito, soprattutto dopo l’uscita della serie di libri di Sophie Kinsella “I Love Shopping” che ha riscosso un grande successo. Un ruolo fondamentale per l’esplosione di questa professione, come spesso accade, lo ha avuto anche il piccolo schermo, con i tanti format dedicati al restyling di donne e uomini. Basti pensare ai tanti format e spazi che aiutano le persone a rifarsi il look o a migliorare la propria immagine come nella scena cult di Pretty Woman, quando Julia Roberts si scatena in una giornata di shopping sfrenato nelle boutique di Rodeo Drive a Beverly Hills. Sicuramente se il film fosse stato girato ai giorni nostri, probabilmente il suo accompagnatore Richard Gere non si sarebbe limitato a strisciare la carta di credito ma avrebbe affiancato alla bella Julia un Personal Shopper.

In realtà al di là della visibilità offerta dalla televisione, questa professione esiste già da alcuni anni ed è legata al mondo del lusso: il PERSONAL SHOPPER – o Shop Assistant – è un consulente per gli acquisti, una guida che accompagna i clienti in giro per i negozi e conosce come le proprie tasche la città e i suoi esercizi commerciali, dai più esclusivi e glamour a quelli più piccoli e caratteristici. Spesso infatti sono i turisti, sia italiani che stranieri, a chiedere di essere condotti nei negozi più particolari del luogo che li ospita, per portare a casa un oggetto davvero unico. Questo lavoro non riguarda comunque il settore dell’abbigliamento in maniera esclusiva, ma anche l’oggettistica per la casa, l’arredamento, l’antiquariato, i gioielli. Diciamo che chiunque abbia il desiderio di vivere una giornata intensa di shopping qualitativo è un potenziale cliente.

In genere si parla di abiti o accessori ma un bravo personal shopper si occupa di qualsiasi oggetto. Infatti, agli inizi i personal shopper erano esperti di moda che prestavano la loro opera durante gli acquisti di capi di abbigliamento e accessori. Oggi, molti consulenti personali di shopping si occupano di altri settori, uno fra tutti gli accessori per la casa. Diversa è la figura del PERSONAL STYLIST, legata esclusivamente alla moda e all’aspetto estetico: si tratta di una sorta di “consulente di immagine”, un esperto che costruisce il look di una persona, spesso personaggi del mondo dello spettacolo, e cura il suo aspetto nei dettagli:dagli abiti ai capelli, fino al trucco e agli accessori.

Che cosa fa il Personal Shopper? Offre consigli mirati ai proprio clienti. Cerca di trovare i capi più adatti, il colore migliore, il taglio dell’abito giusto. Ma questo non basta. Farà anche un’analisi dettagliata a livello di colore, personalizzata al singolo cliente, che così potrà capire quale tonalità scegliere. Il personal shopper non si limita a dare consigli di moda, ma anche di immagine.
Conosce la moda a tutto tondo e segue le tendenze. Il servizio è ovviamente personalizzato per ogni cliente.
Talvolta nei negozi più eleganti, nei grandi magazzini e negli hotel di lusso è possibile trovare servizi di Personal Shopping, mentre da nord a sud della Penisola si moltiplicano le agenzie interamente dedicate al settore, dotate di personale specializzato, esperto del territorio e in grado di parlare almeno una lingua straniera. Esistono infatti persone benestanti, per non dire ricche o ricchissime, italiane ma soprattutto straniere, che vengono nel nostro paese qualche giorno l’anno non a visitare musei ma a fare shopping e che, per razionalizzare al massimo il loro tempo, hanno bisogno di qualcuno che conosca bene il territorio in cui muoversi.

Il personal shopper per loro è già diventato un “must”, come per chi ama distinguersi ed ha i mezzi per farlo.

Saranno indispensabili modi gentili con il cliente, capacità di ascolto, pazienza (legato anche a tutto ciò si dovrà dare una disponibilità di orari piuttosto vasta. Anche se il cliente è in città per pochi giorni, è probabile che chieda di avere compagnia anche per pranzare o cenare), conoscere la città e i suoi negozi, soprattutto boutique uniche, sapersi relazionare con persone di alto livello sociale. Infatti i principali clienti sono persone dell’alta società, uomini e donne in affari, donne in carriera con poco tempo da dedicare allo shopping.

Un provetto Personal Shopper deve essere appassionato della moda e viverla a 360°, essere sempre aggiornato su eventi, tendenze e tonalità più in voga durante le due stagioni della moda, deve assolutamente avere la predisposizione a captare il gusto del cliente, deve conoscere tutti i tipi di negozi della città in cui lavora, differiti per tipologia e lifestyle, e sapersi muovere, come una vera guida. Amare la città in cui si decide di operare, altrimenti difficilmente questa disvelerà i suoi tesori nascosti. Settimanalmente il personal shopper deve dedicarsi proprio alla ricerca di negozi, per scoprirne dei nuovi e per scoprire quali sono le nuove tendenze in voga in quel momento.

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Non si può diventare esperti del mestiere dall’oggi al domani e nemmeno improvvisarsi tali. Esistono già molti corsi per diventare un personal shopper e ci vuole molto impegno, gusto, stile e anche molta pazienza, come accennato.
Gli ambiti di provenienza di questa figura possono essere i più disparati, dal fashion design al marketing alla vendita. Al momento in Italia la professione del Personal Shopper non è inquadrata all’interno di un albo professionale ma vi è la possibilità di seguire dei corsi dedicati. Corsi in cui il percorso formativo mira a formare un professionista del mondo della moda, che conosce nozioni di styling, vintage e trend attuali e sa individuare il look adatto a ogni tipo di persona, in base all’aspetto fisico, al lavoro svolto e anche al budget a sua disposizione.

In questi corsi vengonoo approfonditi per moduli argomenti e tematiche come quelle degli attuali trends della moda, come si opera e in quali settori, come si sviluppa i contatti, cos’è il marketing relazionale, la psicologia della vendita, cioè le strategie di persuasione nell’atto di acquisto e tecniche di comunicazione, panoramiche dedicate ai centri produttivi, luoghi di vendita di eccellenza e realtà di prestigio e le funzioni seduttive del punto vendita, l’evoluzione del punto vendita da luogo di soddisfazione di bisogni a luogo di intrattenimento, il successo e le strategie del concept store, la psicologia dell’acquisto e la figura del moderno consumatore. In un buon corso non mancheranno infine le testimonianze, gli incontri con le agenzie di settore, le catene alberghiere e i centri commerciali interessati alla figura del personal shopper. In realtà solo dopo aver seguito il corso, arriva la parte più impegnativa: farsi conoscere. Professionalità e bravura poi faranno il resto.

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Dog Training: Come educare il nostro amico a quattrozampe

Dog Training: Come educare il nostro amico a quattrozampe

Come educare il nostro amico a quattrozampe?

Secondo alcuni esperti il primo errore in assoluto è il non essere a conoscenza proprio di cosa voglia dire occuparsi di un cane; spesso infatti si comincia sottovalutando l’impegno: prima di ‘adottare’ un cane rifletti sulle tue capacità di gestire e risolvere possibili atteggiamenti indesiderati come problemi comportamentali.

Entriamo un po’ più a fondo della questione. Sapere cosa fare è di vitale importanza con il nostro fido compagno. Comprendi prima come ragiona il tuo cane se vuoi che lui comprenda te.

Per non farti tirare al guinzaglio innanzitutto usane uno lungo in modo che il cane, quando è fuori, possa sentirsi libero e riesca ad annusare per terra. Se lui tira e tu gli vai dietro avvallando questo suo comportamento: è come dargli il tuo consenso. Devi invece metterlo nelle condizioni di non aver bisogno di tirare e la formula vincente in questo caso sarà quella che prevede un guinzaglio lungo e quindi il fermarsi o cambiare direzione quando l’animale inizierà a tirare.

Bisogna essere consapevoli che non è soltanto per la felicità del cane che si rende indispensabile la quotidiana passeggiata, farlo socializzare e interagire con gli altri suoi simili, ma è anche perché, se non fatto con regolarità, il cane molto probabilmente potrà in seguito dare seri problemi. Non dimenticarti che i cani soffrono di solitudine e sono quindi sconsigliati a chi lavora e dovrebbe lasciarli da soli più di 6 ore al giorno: il cane è un animale sociale, rimanere da solo non è una condizione a lui congeniale.

Se il cane ringhia e si scaglia contro i passanti, può essere solamente per proteggerti, ma può essere anche solo paura di altre persone o situazioni insolite.

Se il cane non fa quello che gli chiedi è forse solo perché non capisce cosa vuoi da lui.

Parola ad un esperto ora. Secondo Aldo La Spina (considerato il primo “cinogogo” d’Italia) il cane è un soggetto con una propria vita mentale ed emotiva, condivide emozioni semplici e complesse, attraversa fasi di umore diverso, prova sentimenti e paure. Secondo lui l’uomo deve ambire alla comprensione reciproca e alla solidarietà della coppia cane-partner umano e dell’insieme cane-famiglia-società umana. Il consiglio è di provare ad attuare un approccio “olistico” alle situazioni problematiche non dimenticando che il nostro rapporto con i cani è cambiato radicalmente negli ultimi decenni, con l’urbanizzazione e tutto quello che ne è seguito. Bisogna imparare a “pensare” e “sentire da cane” attraverso svariati esercizi di immedesimazione per “mettersi nei peli del cane”. Un esercizio, per esempio, è quello chiamato “A quattro zampe”: per comprendere le peculiarità e le difficoltà visive del nostro animale, soprattutto quella nel guardare all’indietro, una persona sta ferma carponi e deve alzare la testa senza alzare le braccia per guardare qualcosa che l’istruttore porta in mano e che lui deve cercare di prendere. Chi conduce l’esercizio sposta l’oggetto, facendo girare la testa alla persona. Chi fa l’esperienza “da cane” si accorge subito che noi umani, in piedi, abbiamo una visione migliore; stando a quattro zampe non si riesce ad alzare bene la testa. Eppure noi in genere cerchiamo di fargli fare proprio quello! Invece dobbiamo fargli vedere le cose di fronte e di fianco: per vedere in alto e all’indietro il cane invece deve potersi sedere.

Bisogna far sì allora che cane e proprietario si conoscano in modo profondo, entrino in una relazione, che comprendano ciò che provano l’uno per l’altro.

Il cane non è un tuo strumento. Non è neppure un semplice animale da compagnia. Proprio nell’attuale vita artificiale e urbana, il cane rappresenta un legame prezioso con la natura, la spontaneità e la semplicità ma non bisogna in nessun modo idealizzarlo o antopomorfizzarlo, aspettandosi che risponda a tutte le tue attese e pretese. Questa sarà la bellezza e la ricchezza del rapporto con lui: mettiti nell’ottica di imparare ad entrare in relazione con l’alterità naturale. Non è scontato che il tuo cane ti ubbidisca oppure che venga subito al richiamo. Perché dovrebbe interrompere quello che sta facendo, le emozioni che sta vivendo, lasciare gli odori che sta fiutando, i suoi giochi ed esplorazioni? Il cane lo fa se ne comprende la motivazione. Viceversa potresti alterare il suo comportamento, rendendolo aggressivo o frustrato. Cerca di conoscere e rispettare il loro linguaggio, i loro sensi, le loro sensibilità, la loro struttura fisica e mentale. La sfida allora è quella di saper “leggere” i messaggi che ci danno attraverso le posture, i vocalizzi e così via.

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Se il tuo cane non riesce a smettere di grattarsi dietro le orecchie oppure di leccare quella irritazione sulle zampe, potresti cominciare con l’eliminare il cibo contenente coloranti alimentari, che potrebbero provocare reazioni allergiche. Leggi le etichette dei prodotti che acquisti e controlla che non ci siano tinte alimentari. O magari potrebbe essere un’allergia stagionale. Oppure la reazione del cane potrebbe essere provocata dalle sostanze chimiche contenute nei detersivi che usi per lavare lenzuola e copridivani.

Quando invece il cane non riesce a stare solo si parla di ansia da separazione: a volte capita che un cane del canile spesso sviluppi in poco tempo un attaccamento al nuovo padrone che diventa un punto di riferimento, la sua sicurezza nel nuovo ambiente. I sintomi sono: abbai continui, distruzioni, feci e urine sparse per casa. E’ importante fargli capire da subito che ogni tanto dovrà stare da solo. Il modo migliore per abituarlo gradualmente è ignorarlo completamente almeno 3 volte al giorno per mezz’ora circa. In questo modo il cane tenderà meno a diventare “padrone pendente”. l

Analizziamo ora il caso relativo alla convivenza fra cani e bambini. Prima dell’arrivo a casa del bambino, dovresti iniziare ad abituare il cane a ricevere meno attenzioni. In questo modo il cane non può collegare l’arrivo del bimbo con la diminuzione dell’attenzione. Ed è bene anticipare tutto ciò di qualche tempo. Fai annusare poi i vestiti del bambino appena nato e della madre proprio per abituare il cane ai nuovi odori. Mentre all’arrivo del bambino lascia che il cane lo possa avvicinare proprio per annusarlo e conoscerlo. Il cane deve imparare a capire di cosa si tratta. Non mandarlo via quando si avvicina al piccolo, a meno che non ci siano reali pericoli. La cosa più importante è che il bambino rappresenti per il cane qualche cosa di positivo, quindi, quando il bambino è presente, cercare di dare il maggior numero di attenzioni al cane, lasciare cadere dei pezzettini di cibo, accarezzarlo, parlare e giocare con lui.

A proposito, come accarezzare il cane? Ancora una volta è tutta una questione di comunicazione e come accade che ci siano incomprensioni tra umani, ancora di più è possibile che ci siano tra cani e umani visto che non parliamo la stessa lingua. In altre parole, è bene essere sicuri che la bellissima intenzione di mostrare interesse e affetto al cane sia percepita per quello che è e non come una minaccia. Evita di toccarlo da dietro e dall’alto e in generale di coglierlo di sorpresa. Generalmente le zone dove i cani preferiscono essere accarezzati sono dietro le orecchie, all’attaccatura della coda, e sul petto, mentre di solito i cani non amano essere toccati sulla testa, sulle zampe e sulla coda. Comunque è molto importante avvicinarsi delicatamente e fargli vedere e sentire la propria presenza e mettersi alla loro altezza, magari sedendosi per terra o accucciandosi, così da evitare che si senta in pericolo. In quest’ottica è anche sconsigliato piegarsi sul cane, si rischia che pensi che la minaccia si stia avvicinando pericolosamente dall’alto.
Bisognerebbe sempre permettere al cane di capire chi ha davanti e il modo migliore è, dopo essersi messi alla sua altezza, allungare la mano verso il suo muso e lasciare che la odori. Cercare di chiamarlo per nome prima di toccarlo e non disturbarlo mentre riposa.

In conclusione non dimenticarti che noi umani possiamo ricevere tanto dal cane: il senso della libertà e della naturalità, la bellezza di seguire gli istinti e la pienezza delle emozioni. Cerca di godere a pieno di questa possibilità unica e speciale e non dimenticarti che se il cane ha problemi gravi, si rende assolutamente indispensabile rivolgersi a un professionista, non possiamo pretendere di sapere tutto.

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